di Simone Visciola
Con il definitivo fallimento politico della Rosa nel Pugno, un fatto risulta chiaro: i giovani, che tanta fiducia avevano riposto in quel progetto, si trovano ora a muoversi senza validi interlocutori. Per essere più diretti: senza nessuno che faccia i loro interessi, perché la politica è (e deve essere) passione, ma anche (senza ipocrisie) difesa dei propri interessi. Il discorso però può andare oltre il collasso di una particolare esperienza politica, che ha toccato nel profondo diversi giovani, compreso chi scrive. Se si prova ad allargare il raggio d’osservazione viene facile registrare una dato evidente e difficilmente contestabile: il sentimento predominante è l’incertezza. Si avverte cioè uno stato d’animo che trasversalmente interessa tutta l’attuale realtà giovanile italiana, una realtà composta di “nocchieri e traghettati” costretti a navigare “a vista” nell’insidioso mare della cosiddetta «società del rischio». E anche chi ha deciso di spendere intelligenza e tempo prezioso nell’azione politica non sembra praticare acque migliori.
La difficoltà dei giovani sta nel trovare famiglie politiche di riferimento, che siano in grado di accogliere responsabilmente le loro istanze, che siano capaci di aiutarli ad “aggiustare” la vita di oggi e a preparare al meglio quella di domani. Troppo spesso prevale l’ostinazione ad insistere percorrendo strade, pur “nobili”, ma che inevitabilmente finiscono per disperdersi nel fumo della retorica. E’ una deriva questa a cui molti giovani engagées continuano a volgere. Per fare un esempio, coloro che perseguono strenuamente, anche con buoni propositi, la via della costituente socialista, considerandola come via prioritaria, nell’ennesimo tentativo di rinsaldare laici, riformisti, socialisti, forse anche liberali e radicali, finiscono inevitabilmente per chiudersi in un vecchio discorso tutto politico, lasciando sullo sfondo questioni concrete.
In altre parole, anche chi lavora con intelligenza e notevole capacità a questo progetto (si pensi alla componente giovanile dell’Associazione per la Rosa nel Pugno e in particolare al suo valido segretario) dimostra de facto che, seguendo esclusivamente questa direzione, altro non può fare che ri-partire da una poco fiduciosa considerazione: «l’unica certezza è che certezze non ve ne sono!» (vedi Bertinoro2 e i generici punti dell’appello per la costituente socialista). Un simile scenario si ripropone tanto sul fronte del Partito Democratico, quanto su quello in cui ancora timidamente si discute su un futuro partito unitario del centro destra. Considerato ciò, crediamo sia lecito chiedersi: anziché ri-partire, anziché ri-tentare operazioni che sanno di remake squisitamente politico e null’altro (sia a sinistra che a destra), perché non partire? Perché non spendere capacità e intelligenza in termini diversi, inaugurando un discorso autenticamente nuovo? Ma, soprattutto, perché non evitare di perdere tempo in generiche dichiarazioni di principio? E quindi perché non lavorare primariamente per cose concrete, per realizzarle nel modo più rapido ed efficace possibile, rimettendo in moto la macchina politica? Del resto, quella dei giovani è una lotta contro il tempo, perché essi vivono la drammatica condizione in cui si trovano tagliati fuori dal presente e rischiano di essere cancellati dal futuro.
Il loro tempo è dunque prezioso e non può disperdersi nell’incertezza. Allora, dalla formula boselliana «unire i socialisti e federare i riformisti» (che sembra significare, nella sostanza, soltanto dare “smalto” al progetto, imbarcando Angius) o dallo «scomporre e ricomporre» di De Michelis, è davvero difficile aspettarsi qualcosa di innovativo e concreto; così come niente di nuovo ancora ci si attende dalla “nascita” del Partito Democratico (un vero e proprio aborto già consumato senza che la creatura abbia preso forma, quindi senza che si sappia cosa realmente sia. L’unica certezza del Pd è che Veltroni ne è il capo perfetto incoronato, secondo un vecchio copione, prima della nuova “arlecchinata” delle primarie). Infine, nulla ancora ci si aspetta da un centro-destra anch’esso lacerato e privo di autentica cultura liberale e incapace di fornire risposte serie. Non si può di colpo dimenticare che, nella passata legislatura, una Casa delle Libertà forte di una amplissima maggioranza ha vanificato la storica occasione di governare come si deve, evitando di prendere di petto i problemi più urgenti del paese, non riuscendo cioè a risolverne neanche uno con decisione e coraggio. Perciò, non basta a Berlusconi un altro lifting per risultare di nuovo credibile!La classe politica di questo paese, che non conosce ricambio, ma si ricicla soltanto al suo interno, che celebra ancora congressi in pompa magna e in vecchio stile (biografie, epurazioni, culto delle personalità e fiumi di discorsi inconsistenti), che organizza matrimoni ufficiali, unioni politiche di fatto, divorzi e carrambate, che vuol far credere di saper e voler creare nuovi soggetti, che escogita alleanze di facciata per resistere, sciogliendole non appena sente puzza di perdere qualche posto di potere, o lancia prospettive che non sa perseguire e chi più ne ha più ne metta… bene, questa classe politica ha perso aderenza totale con la realtà delle cose e non è più credibile nè a destra né a sinistra.
In egual misura, in un bipolarismo così malamente congeniato, essa non riscuote fiducia neanche in quello “spazio” ancora tutto immaginario fra i due schieramenti dove dovrebbero trovarsi o ri-trovarsi coloro che si presentano come i “positivi scompaginatori del sistema bipolare bastardo”, ossia i centristi post democristiani, per lo più proporzionalisti nostalgici, oppure, come si diceva prima, le forze che si dichiarano laiche riformiste socialiste, liberali e forse anche radicali, che dovrebbero compattarsi in qualche altro cantuccio dello stesso mezzo.La realtà è che la politica in Italia è ferma, è intrisa sino al midollo di populismo e demagogia, e si è dimostrata e si dimostra tuttora totalmente incapace di agire concretamente e con senso di responsabilità. In un vuoto tale affiora l’antipolitica, da ultima tramite la voce di Beppe Grillo, un fenomeno che, nonostante tocchi la pancia delle persone anche su alcuni problemi veri, rischia di immobilizzare ancor più il sistema aumentando la confusione, esemplificando rozzamente e brutalmente la diagnosi dei mali di cui è afflitto il paese, finendo per aggiungere demagogia a demagogia.
Di tutto questo soprattutto i giovani devono, una volta per tutte, prendere coscienza e lavorare per formulare delle risposte serie ai problemi: loro risposte ai loro problemi! Proprio da questo dato i giovani devono partire. E’ loro interesse studiare la realtà, acquisire consapevolezza di quanto accade e “svegliare” la casta perché prenda provvedimenti concreti e incisivi. E’ loro dovere inoltre trasmettere questa consapevolezza a chi ancora non l’ha acquisita.Sull’esigenza di decidere ha cominciato a insistere Daniele Capezzone (e gli va dato il giusto merito). L’inerzia della politica nostrana non è certo una scoperta del Presidente della Commissione delle Attività Produttive, poiché è cosa tanto evidente e ovvia, quanto profondamente vera, da troppo tempo. Ma nessuno fra i giovani in politica, o fra chi dice di fare politica per i giovani, ha realmente dimostrato di battere il pugno su questa linea. Perciò l’augurio è che si possano unire le forze “fresche” e si mettano da parte spiriti di appartenenza, gelosie e dissapori, spostando l’attenzione sulle cose importanti, sulle urgenze che non possono più attendere, e si possa stimolare in qualche modo la classe politica ad assumersi le sue responsabilità e ad agire nella concretezza. Sui 13 punti chiari, importanti, indicati come prioritari da Capezzone, è difficile che persona ragionevole non si trovi sostanzialmente d’accordo. Forse qualche punto è più urgente rispetto ad un altro, forse è necessaria qualche modifica. E’ naturale nutrire alcune riserve su come verranno sviluppati tali cantieri e su come si strutturerà il movimento. Tuttavia, per il momento, è importante che vada fiduciosamente incoraggiata la discussione in questo senso e che il movimento si guardi bene intorno per arrivare ad una eventuale futura scelta di campo nel modo più sereno possibile.
La manifestazione del 22 settembre scorso a Roma ha offerto una prima occasione di confronto che si spera possa dare frutti fecondi. Inquieta non poco il fatto che il Corriere della sera, il giorno successivo, abbia riportato l’evento come se si fosse trattato esclusivamente di un “amoreggiamento” pubblico fra Capezzone e Forza Italia. Certo, i giovani di Berlusconi hanno portato più bandiere e striscioni degli altri e sono stati, come è nel loro stile, più rumorosi, più organizzati e più abili nel rendersi visibili. Ma un corretto cronista di un grande giornale avrebbe dovuto registrare che la piazza non era soltanto loro! Erano presenti anche giovani socialisti, liberali, repubblicani, riformatori liberali, esponenti del movimento libertario… a testimonianza della trasversalità del “problema pensioni”. Ingiustificata e ingenerosa invece é stata l’assenza dei radicali (non si è vista neanche una loro bandiera, nonostante l’adesione formale di Marco Pannella). Ovviamente non si è fatta viva la Veltroni&co latitante insieme con gli altri big del centro-sinistra. C’erano, però – lo ripetiamo – i giovani!
Su questi aspetti occorre attentamente ragionare. La partecipazione non è stata oceanica, ma significativi sono stati il confronto e lo sforzo tesi ad accantonare, nel merito della “questione pensioni”, discorsi tutti politici e il cieco spirito di appartenenza. Chi c’era lo sa bene. Del resto, gli effetti scatenati dalle scelte del governo Prodi sono così evidentemente preoccupanti che vanno, per forza di cose, capiti, spiegati, discussi. Per avere le idee chiare, occorre ragionare in termini non faziosi, ma pragmatici e basati sulle cifre. Anziché innalzare l’età pensionabile, in controtendenza con quanto si fa in Europa, il governo la riduce. L’abbattimento dello scalone costa la bellezza di 10 miliardi di euro! Ci si rende conto di ciò? E dove vengono trovate queste risorse? Ecco la risposta: 3,6 miliardi sono garantiti con l’aumento contributivo della gestione separata dei parasubordinati. E’ una cosa vergognosa che proprio i parasubordinati vadano a coprire il 40% di questa folle spesa! Si capisce chiaramente, dati alla mano, che i lavoratori precari, insomma, non sono affatto difesi in questo paese. Si tratta di circa 1,5 milioni di lavoratori, i quali, grazie allo scalino di Prodi, di Giordano e di Epifani, vanno a pagare la pensioni di appena 120.000 pensionati! Ripetiamo i numeri: 1,5 milioni per garantire 120.000! Nei lavoratori parasubordinati, dunque, l’Inps ha trovato i suoi “fessi”, facendo cassa con i soldi provenienti dalla gestione separata, registrando sempre saldo attivo con cui pagare le pensioni ai lavoratori dipendenti e agli autonomi.
Questo governo ha accentuato in maniera irresponsabile l’iniquità di un welfare già ingiusto, che destina tutto ai pensionati e briciole ad altre forme di protezione sociale come ammortizzatori sociali per la disoccupazione, sostegno alle famiglie ai bambini, case popolari, ecc. ecc. Come spiegava lucidamente Roberto Cicciomessere in una nota purtroppo passata in anonimato e pubblicata sul sito di Radioradicale il 2 luglio 2007, in Italia si spende il 61,3% del totale della spesa destinata al welfare per le pensioni. Rispetto a Francia e Germania c’è una differenza di 15 punti in percentuale! Non solo, ma se si sommano le spese per malattia e salute si arriva al 93, 3 %, con un misero 6,7 % per altre forme di protezione sociale, di cui solo il 4,4% del welfare è diretto alla famiglia e ai nuovi nati. Infine niente, e sottolineiamo niente, è destinato ai disoccupati (un ridicolo 2%) per gli ammortizzatori sociali. I numeri parlano chiaro. I giovani riuniti a Piazza del Pantheon hanno denunciato a viva voce l’iniquità di questo welfare! Si vuol far capire o no che è cosa inaccettabile il fatto che nel nostro paese il sindacato abbia perso da troppo tempo la sua funzione propositiva dimostrandosi capace soltanto di mantenere il suo bacino di consenso e totalmente incapace di difendere i lavoratori, soprattutto i giovani? Perciò, si vuole o no sottolineare il vergognoso trattamento a cui sono sottoposti i precari in questo paese? Urgono provvedimenti rapidi e concreti. Capezzone ha ragione: la classe politica deve decidere!
Tornerebbe senz’altro utile riflettere sul dialogo che Gaetano Salvemini instaurò, nel periodo fra le due guerre mondiali, con i suoi giovani amici e studenti universitari, in particolare con Carlo e Nello Rosselli ed Ernesto Rossi. Il grande storico pugliese, in momenti difficilissimi per il paese, vedendo i suoi allievi spesso subire il fascino di istanze politiche dai vaghi connotati (perchè costruite più sulla retorica che sui contenuti) li spronava ad affiancare – sempre! – all’impeto giovanile tre cose: «concretezza, concretezza, concretezza».
martedì 2 ottobre 2007
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